Venerdì sono stato al convegno Digital Kids alla Bicocca. Era erroneamente
rivolto agli insegnanti. Erronemaente perchè poteva e doveva interessare un pubblico
più vasto.
Il messaggio dato da tutti i componenti del panel (pedagogisti, neurologi, tecnologi)
era che la tecnologia ha già cambiato in maniera irreversibile il modo in cui i bambini imparano e sarebbe inutile e dannoso se gli insegnanti non abbandonassero i vecchi metodi e non aprissero alle tecnologie.
Se misuriamo il tempo dedicato dai nativi digitali (coloro che sono nati in un epoca in cui la tecnologia digitale è largamente diffusa) per le attività di apprendimento, vediamo che essi imparano molto di più fuori dalla scuola che a scuola. Per fuori dalla scuola si intende in attività che non hanno a che fare con lo studio. Molti bambini arrivano a scuola che sanno già leggere e scrivere perché l'hanno imparato usando il computer.
Io volevo intervenire e dire che anche io ho imparato a leggere da solo grazie a
Topolino ed al supporto involontario di mio fratello maggiore che leggeva ad alta voce, ma avrei fatto la figura del reazionario ed ho evitato ;-)
I bambini usano naturalmente la tecnologia perché la imparano come se fosse un linguaggio ed è meglio evitare che i maestri inseriscano la tecnologia in aula per insegnare ad usarla perché i nativi digitali mangerebbero loro la pastasciutta in testa.. Meglio invece che la tecnologia sia introdotta per permettere ai bambini di imparare le altre materie, nelle modalità che loro già utilizzano a casa (gioco, esplorazione ecc.).
I nativi digitali, come evidenziato da una neurologa del Gemelli, sono continuamente stimolati ed hanno i circuiti dell'attenzione in costante attività. Questo modifica radicalmente il loro processo di apprendimento e la loro soglia dell'attenzione è estremamente bassa. Di conseguenza è molto difficile che riescano a seguire una lezione in cui un insegnante parla e loro devono ascoltare. Hanno maggiore bisogno di poter accedere alle informazioni in maniera non sequenziale apprendendo piccole porzioni di informazioni con attività che gli permettano la libertà di scoprire e di seguire gli stimoli che più interessano loro.
L'insegnante in tutto questo deve fare da tutor. Le fonti di informazione sono varie e non tutte controllate. Se l'insegnate volesse limitarle ai libri di testo il risultato sarebbe che i bambini a scuola non imparerebbero e poi fuori da scuola accederebbero alle altre fonti, con lo svantaggio che non ci sarebbe alcun controllo e indirizzamento degli insegnanti. Per banalizzare invece che vietare
Wikipedia perché non è affidabile è decisamente meglio incoraggiare l'uso di questi strumenti insegnando un uso critico delle informazioni, la verifica delle fonti ecc.
Insomma il solvente IP (Internet Protocol), come lo chiama
Stefano Quintarelli, sta già scogliendo irrimediabilmente la scuola ed è necessaria una riforma molto profonda dei metodi di insegnamento. La scuola elementare italiana è considerata
un caso di eccellenza e proprio per questo la sfida che ha davanti è ben più grande.
La dimostrazione di un insegnate di Reggio Emilia da questo punto di vista è stata molto incoraggiante. I bambini della scuola materna hanno a disposizione dei laboratori in cui sperimentare l'uso della tecnologia in combinazione con attività manuali come ad esempio la lavorazione della ceramica. A vedere le immagini dei laboratori e dei risultati delle attività sembrava che stesse parlando di Marte e non di una provincia italica.